Le pubblicazioni
LA STORIA DI DUE UOMINI IN UNA UNICA OPERA
Scritta da Simona Sentieri
Premessa
Premetto che questo mio lavoro di scrittura non vuole essere un documento di valore storico o tecnico, ma la testimonianza di due uomini che hanno disegnato una mappa di emozioni. Tanta é l'ammirazione verso chi ha lasciato e lascia sulla Terra qualcosa che prima non esisteva, qualcosa creato con le proprie mani e nato dal proprio intelletto, che sono orgogliosa di esserne io il tramite letterario.
Solo il divino conosce la luce della bellezza e l'uomo che la trasmette agli altri esseri umani, è un privilegiato perché possiede questa luce.
Ringrazio l'erede Iuri Barbieri per aver voluto rendere pubblica questa storia, o meglio queste storie in una unica storia, e per il suo gesto di donare al mondo la conoscenza delle opere realizzate da suo nonno Giuseppe e da suo padre Nando.
L'arte, chi la fa, non può farne a meno ma chi la divulga diventa promotore e pioniere, condividendo con gli altri l'eredità di questo grande valore.
Introduzione
Immaginate.
Un cumulo di pietre che un giorno erano un paese.
Immaginate le mani di un uomo che raccoglie queste pietre e le ascolta coi palmi delle mani.
Immaginate che quest'uomo ne sentisse il pulsare della storia.
Immaginate che anche le pietre possono avere radici.
Immaginate che tutte quelle pietre sono state ricollocate al loro posto da quelle mani, da quell'uomo.
Una pietra non ha cuore, è vero, ma una pietra è tutto cuore.
Immaginate che quell'uomo ne sentisse il battito tra le mani.
Sarà stato amore?
Illuminazione?
Predestinazione?
Talento?
Un uomo semplice, un lavoratore della campagna, un uomo dotato di intuizione, che sapeva con la sapienza delle mani, che sentiva la chiamata della creatività, che amava la sua terra, i borghi fatti di pietra che lo videro nascere, che aveva la dote del “costruire”. Un uomo che diede forma alle cose che toccava.
Quest'uomo si chiamava Giuseppe Barbieri.
Immaginate ora tanti utensili da lavoro fatti a mano, bastoni intagliati e mosaici che diventano racconti, radici come mani protettive che accolgono.
Immaginate quanto la poesia di un uomo possa concretizzarsi in un oggetto da tenere tra le mani e da ammirare.
Immaginate che un semplice utensile da lavoro diventi scettro nobile di orgoglio e immaginate grandi tronchi d'alberi trasformati in mobili naturali degni del più creativo degli architetti o designer.
Un ragazzo cresce accanto a Giuseppe, suo figlio, che poi diventa un uomo, lui sará artefice di tutto questo, artista e sperimentatore, con una gran barba d'altri tempi che lo distinguerá negli anni per tutta la vita. Un gran lavoratore della pietra e del legno, dal tratto poetico. Un uomo riservato e di poche chiacchiere, dalla mente sopraffina di costruttore e geniale ideatore, come il padre.
Si chiamava Nando Barbieri, figlio di Giuseppe.
Questa è una storia, una storia vera di uomini e pietre, radici che diventano sculture e sculture che diventano radici, una storia di calanchi e sentieri tortuosi,
di fatica, di speranza e di appartenenza a un territorio.
Da qui inizia il viaggio.
Giuseppe Barbieri, un uomo, la sua terra
Giuseppe nacque nel 1923, il 19 marzo a Bergogno di Casina da Barbieri Natale e Fontanili Luigia, entrambi appartenenti a famiglie storiche di Bergogno.
Natale era un uomo benestante, e si dice che chi andava a casa sua non usciva mai a mani vuote. Uomo di buon carattere e generoso, dicono sapesse fare di tutto. La Luigia invece era molto amata ed era un'esperta e fine tessitrice: al telaio confezionava lenzuola, piccoli tappeti e altre orditure in cotone.
Un antico paese rurale, Bergogno, situato nel territorio dell'Appennino reggiano con una storia risalente alla fine del secolo XV.
Con la costruzione della Strada Nazionale Aulla-Gualtieri, iniziata dal Duca di Modena Ercole III nel 1785, il paese era stato relegato a un ruolo secondario allacciato alla viabilità con una semplice strada mulattiera, oggi asfaltata e transitabile.
La strada che attraversa il paese prosegue con un percorso di antica origine sino al torrente Campola e dividendosi verso la fonte di Campola, Cavandola e Votigno. Un paese fatto di pietra, con incisioni pregevoli, spesso non salvaguardate nei tempi successivi a causa di una modernità prepotente. Bergogno tuttavia conserva ancora in gran parte elementi e caratteristiche originali che ne hanno qualificato il valore storico. Tuttavia la flessione demografica è stata notevole dal 1930, decennio in cui nacque Giuseppe e in cui si registrarono 180/200 individui, che si ridussero nel 1971 a 88 e oggi sono 54 individui (tratto da “I borghi dell'Appennino Reggiano” edizioni Spiga).
Giuseppe visse qui a Bergogno con la famiglia di origine, ma quando si sposò con Maria Rossi, andò a vivere inizialmente alle Fole di Casina e poi definitivamente a Votigno.
Circa negli anni 60, Giuseppe, insieme a sua moglie Maria comprò a Votigno una proprietá dalla famiglia Gambarelli. Suo padre Natale, noto come persona generosa che aiutava chi aveva bisogno, li aiutò a pagare la proprietà.
Giuseppe e Maria avranno due figli, Nando e Angelo, e con Maria che fu sempre al suo fianco e che fu molto apprezzata in paese come la migliore delle cuoche. Giuseppe visse una vita dedicata al lavoro, inizialmente come contadino ed eseguiva a richiesta anche lavori di muratura. Era apprezzato per il particolare talento per le finiture e inventiva costruttiva.
Giuseppe aveva in testa la pietra, la pietra arenaria di Canossa. O forse l'aveva nel cuore, da sempre. Iniziò così a fare lo scalpellino e poi lo scultore. Tra essere finitore di pietre con scalpello e scultore la distanza é breve, ma non cosí frequente. Il dono dell'arte è appunto una luce che si ha oppure no, e Giuseppe ce l'aveva, eccome.
Nel frattempo, Giuseppe potè stabilirsi definitivamente a Votigno, acquistato per la maggior parte da Stefano Dallari e finí poi per restaurare tutto il borgo, come vedremo nel seguito di questa storia, e qui lasciò la sua massima impronta espressiva . Infatti lungo le facciate rigorosamente in sasso, inseriva facce ed altre espressioni scultoree che al momento gli sorgevano dalla fantasia. Ricordano molto le famose “bugne” simboliche e portafortuna che troviamo ancora nell'antico borgo di Bergogno. Una ereditá che forse si portava fin da bambino dal suo borgo di origine. Era considerato un “romantico perenne”, e io vorrei aggiungere che era un'artista che portava nel suo Dna qualcosa di antico, venuto da molto lontano.
La piazza principale di Votigno, oggi è dedicata a lui.
Giuseppe fu invitato a partecipare alla famosa trasmissione Portobellom di Enzo Tortora, durante la quale si esibì scolpendo un bassorilievo in diretta raffigurante un sole centrale e quattro angeli. Da allora divenne conosciuto e apprezzato anche fuori dalla provincia e iniziarono così a chiamarlo “l'Artista”.
Intanto la vita va avanti, la storia, i fatti politici, restano alla storia i segni indelebili delle lotte partigiane alla memoria delle nuove generazioni. Durante la legislazione 1975/80 il Comune di Ciano commissiona a Giuseppe il monumento ai partigiani in Via Val d'Enza Sud, con l'utilizzo di pietra arenaria. Un monumento semplice e di impatto evidentemente commemorativo, finemnente costruito, che porterà la firma di Giuseppe Barbieri. Un primo passo verso quella che sará poi la sua futura espressione più figurativa di scultore.
Intanto Giuseppe viene notato per un muro realizzato a secco commissionatogli da un privato, eretto ai piedi della salita pedonale che porta alla rupe di Canossa. Giuseppe utilizzando i sassi di Canossa, salva la loro anima del passato riscattandola in un'opera viva e concreta. Il suo motto era “andiamo alla riscossa coi sassi di Canossa!” Quest'opera muraria fu poi notata da una persona ben esperta nel settore, l'architetto Parolini di Bologna incaricato al restauro del Castello, che vista la realizzazione del muro così ben eseguita, volle il Barbieri con sè per il restauro e lui rimase alle sue dipendenze per circa i 7 anni del restauro.
Di questo fatto parlerá anche il noto intellettuale e critico d'arte Alfredo Gianolio che cosí scrisse di lui raccontando appunto questa storia :
“Giuseppe é un personaggio dalle varie sfaccettature, scalpellino, muratore, restauratore, scultore. Una quindicina di anni orsono, Gemma, la custode di Canossa gli aveva fatto fare un muro a secco (senza calce)....ma chi ha fatto quel muro? Gemma fece il suo nome...”
“Giuseppe Barbieri, cita sempre Gianolio nel suo articolo, prende così dimestichezza con lo stile canusino che già aveva nel sangue. Conosce ormai le costruzioni matildiche e può ricomporle seguendo il proprio istinto. Esegue già sculture in legno e arenaria. Per lo piú sono volti alteri, pieni di dignitá e fierezza. Sono le stesse figure che popolavano i borghi matildici mille anni fa”
Ancora oggi se giriamo in questi luoghi, possiamo riconoscere i tratti, i segni, le incisioni di Barbieri Giuseppe, su alcune case, sui muri, con facce, abbellimenti e persino scritte incise come una in particolare che dice “ IO SONO TE”.
Giuseppe inciderá inoltre, le lapidi negli accessi della rupe e altre sue opere posizionate all'inizio del viale che porta al Castello di Canossa.
Nel 1983 Giuseppe espone a Ciano d'Enza le sue sculture fatte con l'arenaria di Canossa, volti molto espressivi e mezzi busti e se si osserva bene, pare proprio di riconoscere la gente del paese. Questa è la sua vera intenzione, scolpire ciò che lo circonda ed è proprio tra la gente benvoluta del paese che egli trova ispirazione, gente comune dalle facce assorte ed espressive, a volte burlesche, le facce dei contadini, di uomini che si trovano al bar a raccontarsi la giornata, di donne semplici e fiere. In quegli anni prendeva strada l'interesse verso un'arte popolare e meno accademica, che veniva anche dal popolo non istruito, non scolarizzato. Barbieri era scultore autodidatta, dal tratto semplice, a volte beffardo, ma mai superficiale, con qualcosa di greco a volte e a volte qualcosa di primitivo, comunque popolare. La passione non gli mancava.
Sul quotidiano L'Unità, edizione 3 Marzo1988, in quarta pagina si dà ampio spazio al territorio di Ciano d'Enza, con importanti cenni storici riguardo il patrimonio legato a Matilde di Canossa, il bisogno di valorizzare tutta l'area e renderla nota non solo ai cittadini del Comune, ma creare una risonanza nazionale di grande valore, ridare vita all'Ars Canusina, alla tradizione, all'alto valore storico del luogo. In questa pagina di giornale, si parla di scultura con un nuovo occhio critico che non é solo folklore. Oltre le pregevoli sculture “dell'artista agricoltore” Marino Favali specializzato in bassorilievi (parole di Alfredo Gianolio) situate nella chiesa di Canossa, compaiono le sculture di Nando Barbieri, figlio di Giuseppe il sopracitato scalpellino, muratore, restauratore, scultore.
Nuovi accadimenti stanno prendendo forma in quei luoghi di Canossa. Intanto il dottor Dallari, divenuto proprietario del borgo di Votigno, sta studiando il modo di creare una casa del Tibet proprio a Votigno e a prendere in mano le pietre per ricostruire il borgo, sará proprio Giuseppe Barbieri.
Ora due artisti, Giuseppe Barbieri e Remo Belletti, iniziarono ad utilizzare un masso per i restauri e le sculture che andranno poi posizionate a Votigno.
Aver usato un masso caduto dal castello di Canossa poteva essere stato considerato un insulto al territorio di Canossa, ma come sostenne il Belletti: “...la nostra proposta nasce per trasformare l'insulto che è stato fatto in un qualcosa di positivo. L'impatto dell'uomo con l'ambiente c'é sempre stato, fondamentale é che non sia violento. La nostra azione dovrebbe essere paragonata a quella degli agenti atmosferici”, praticamente un fatto naturale, gli artisti sono natura, non snaturano, trasformano. Queste le parole dello scultore Remo Belletti che trovó corrispondenza di pensiero con Giuseppe Barbieri che giá aveva ideato di avvicinare all'uso della pietra arenaria bianca di Canossa anche altri artisti. Queste considerazioni presero vigore anche dalla condivisione del dottor Stefano Dallari che fu promotore della Casa del Tibet nata a Votigno grazie alla preziosa e insostituibile collaborazione di Giuseppe Barbieri.
Intanto nelle sera che faceva davvero freddo, Giuseppe si trovava in qualche stalla a volte a Votigno, a volte a Cavandola insieme ad alcuni amici per scolpire, cosicché insegnava a chi voleva provare quell'esperienza. Tra i suoi allievi spiccava un certo Marino Favali che si distingueva dagli altri e si appassionò proprio grazie all'insegnamento di Giuseppe.
Siamo nel 1991, ecco che Giuseppe intraprenderá la strada dell'insegnamento, insieme a Marino Favali con la creazione di un corso sulla lavorazione artigianale della pietra, a Votigno. Seguirá l'inizio effettivo della Scuola di Scultura di Rossena, di cui Giuseppe fu il primo riferimento sul piano pratico e laboratoristico fino al 1994.
le opere scultoree di Giuseppe erano ormai riconosciute come un bene del territorio, infatti scolpí il trofeo per la competizione delle “Contrade del Rio” della Prima Rievocazione Storica Canossiana. Questa tradizione seguirá negli anni a tutt'oggi, sempre piu´sentita e allargata.
Ma ora percorriamo la storia di come Votigno prese forma dalle mani di Giuseppe Barbieri.
Nel 1975, arrivò a Votigno un giovane studente di medicina, Stefano Dallari, che per studiare decise di ritirarsi a Votigno, alloggiando inizialmente in affitto in una proprietá di Giuseppe Barbieri. Innamoratosi del posto, decise di acquistare da Giuseppe, la Torre principale del borgo. Intanto Stefano Dallari divenne medico e piano piano acquistò tutto il borgo. Questo giovane medico però aveva ora bisogno di rendere questo borgo un luogo speciale e affidò il restauro esclusivamente al genio di Giuseppe Barbieri, che divenne per lui una specie di guru e per tutta la vita lo chiamò Maestro. Quest'uomo, il Maestro, dagli occhi vivaci e dal sorriso rassicurante, ebbe una bella forza di volontà e passione per prendersi l'impegno del restauro di questo borgo. Nel tempo libero dai lavori agricoli e un po' per scherzo, si dedicò al restauro con semplici e poveri mezzi di lavoro a disposizione, inventandosi tecniche di ricostruzione, metodi di impermeabilizzazione e materiali duraturi dettati dall'esperienza e dall'inventiva del momento. Lui girava nei cantieri, imparava, raccoglieva idee, osservava le antiche testimonianze matildiche, imitava e personalizzava le tecniche e ne traeva insegnamento, affinandole e mettendole in opera nel restauro di Votigno.
Siamo nel 1991, sul giornale La Gazzetta di Reggio del 31 Luglio, comparve un articolo in cui il dottor Stefano Dallari, attuale proprietario di Votigno, dichiarava cosí:
“Per salvaguardare questo patrimonio di storia e di fatiche occorreva davvero un miracolo e questo é successo grazie alle mani e al genio di Giuseppe Barbieri, che ha potuto ricostruire le antiche volte, recuperare i muri, salvare la torre medievale, creare una piazzetta per far incontrare la gente, cosí in anni di lavoro, pietra dopo pietra, il borgo sta rinascendo alla storia, all'uomo, al futuro”.
Senza l'aiuto di un architetto ma con la fantasia e l'intuizione del proprietario e con la maestria e l'estro di Giuseppe, muratore e artista, questo sogno é stato possibile realizzarlo. L'impiego della pietra e della calce, donerá al luogo nel corso degli anni a seguire, un innegabile fascino e un luogo di grande interesse per tutta la zona, oltre a una grande valorizzazione di un pezzo importante di storia locale.
A seguito di tutto questo parlare di Votigno e di Canossa, saranno sempre più seguite le fiere con la rievocazione di Matilde, ricostruita con i personaggi che la circondavano. Uno di questi personaggi storici, Rolandino, fu interpretato dallo stesso Giuseppe, insieme al pittore De Pietri che interpretó il nobile Alberetino. Personaggi storici famosi del medioevo, interpretati da altri personaggi famosi dell'attualità..
Giuseppe era un personaggio schivo e umile, ma di buona compagnia e allegro, per niente timorato, ma estroso. Partecipó infatti anche alla famosa trasmissione Portobello di Enzo Tortora, per la quale scolpì un pregiato bassorilievo in diretta, come giá detto.
Intanto proseguono i corsi sulla lavorazione della pietra con esposizione dei lavori eseguiti presso il Castello di Canossa dal 20 giugno al 11 luglio del 1993. Tra gli insegnanti ci saranno Barbieri Giuseppe e Montecchi Vasco per la scultura, Fontana Fabrizio per il disegno, Motti Rea Silvia per ars canusina e Tincani Arnaldo per le visite didattiche. Giuseppe Barbieri sarà anche il conduttore per il settore laboratorio. Il laboratorio, vuol dire l'approccio con la materia, la scienza del riconoscerla, come manovrarla, cosa vedere dentro di essa. É il primo, essenziale passo per avvicinarsi alla scultura. Il laboratorio è un insegnamento primario e imprescindibile per chi si avvicina all'arte scultorea.
In seguito nell'anno 1999, un'opera di Giuseppe Barbieri comparve a catalogo sul libro Canossa Scuola di Scultura su Pietra e il suo nome citato come Maestro Scultore dal Comune di Traversetolo in una mostra dedicata all'artista Vito Adelmo Pingani.
Nel 2001 nella mostra “Pietra e Tela” tenutasi nei Chiostri di Reggio Emilia, il nome di Giuseppe Barbieri viene citato come promotore e guida della Suola di Scultura di Canossa. Nel 2006, anche sul giornale Dossier Canossa, Giuseppe viene riconosciuto come ideatore alla guida della costituita Scuola per la lavorazione Artigianale e Artistica della Pietra.
Nel 2000 viene allestita una mostra a Castellarano e in catalogo sará pubblicata una bellissima opera di Giuseppe Barbieri dal titolo “Cicogna in volo”.
Ma leggiamo qualche passaggio del bell'articolo intitolato “La Casa del Tibet, luogo di spiritualitá e di arte”, scritto da Caterina Coluccio, docente d'arte e artista, che troviamo sul giornale La Voce di Reggio, anno 1994.
“...la piazzetta centrale viene racchiusa da case in stile matildico. Pare di immergersi nell'atmosfera del tempo. Ma in questo borgo c'è qualcosa di più. Subito si respira un'alta spiritualitá e ci si sente in una dimensione diversa dalla cittá da cui si proviene. Questo segno di magia è dato dalla Casa del Tibet...
...non é uno spazio dove si pratica la religione buddista ma é un ambiente dove il buddismo viene espresso, non in senso religioso, ma altamente spirituale, un luogo dove le varie religioni vengono superate in nome di un dialogo interiore che diviene cosmico....
...Dietro a tutto questo vi é un personaggio che ha reso possibile la fruizione di questo gioiello, ha ristrutturato le case del borgo, ha creato ambienti congeniali: pietra dopo pietra ha ricostruito un'atmosfera degna dell'opera di un grandissimo architetto. Si tratta di Giuseppe Barbieri...
...Barbieri ha saputo ricostruire lo stile matildico recuperando le pietre di ruderi e, alla Casa del Tibet, ha innalzato torrette, costruito la chiesa...
...ha caratterizzato il borgo con archi partendo dal concetto che il nome Votigno potesse aver origine da -volta-”
“Quando ho fatto il primo arco ho sentito una specie di dovere, ho pensato di creare il paese dei volti” cioè di volte, disse il Barbieri, sostenendo che “quando si fa un lavoro bisogna averlo costruito in testa” e ancora “quando si lavora la pietra di Canossa si deve sentire l'amore perché fa parte del Castello, la pietra si è solo distaccata”.
Sostiene inoltre l'artista, Giuseppe Barbieri, che “fare una scultura è facile nel momento in cui si impara a disegnare bene: disegnare e disegnare è il segreto per poter costruire”
prosegue nell'articolo Caterina Coluccio :
“...Giuseppe Barbieri non sa che Leonardo Da Vinci ha scritto in proposito il Trattato della Pittura per dimostrare l'importanza del disegno prima di concepire una scultura. Barbieri però riesce anche a concepire l'altra posizione che Michelangelo contrapponeva : quando si prende un sasso si deve sapere cosa c'è dentro, bisogna liberare la figura che c'è dentro.”
Infatti Giuseppe asseriva che “io sento il dovere di liberare l'oggetto, tolgo solo la pietra che c'è intorno”.
Prosegue il sopracitato articolo scritto dalla Coluccio: “Giuseppe Barbieri vive in una casa del borgo, il suo essere solare e sempre positivo completa l'atmosfera della Casa del Tibet. Le sue sculture riuniscono in sè diverse culture: la concezione di Dio, le divinitá, gli idoli e tutto risulta perfettamente in comunione. Parlare con lui fa intravvedere la possibilità di restituire un'anima all'arte, di uscire da un'analisi formale e ricominciare a parlare di contenuti.”
Dal giornale La Gazzetta di Parma del 12 Aprile 1996:
si scrive che “il paese lo ha ricostruito lui, Giuseppe Barbieri, non solo il braccio ma anche la mente” a detta di Stefano Dallari. Vent'anni fa poteva sembrare una proposta assurda. Così é rinato un paese che stava scomparendo, così è rinato Votigno. Giuseppe ne ha reinventato i comignoli, le colonne, le facciate e i cornicioni, lui che era nato e vissuto a Bergogno, portava con sè una eredità antica nel sangue. Lui sapeva come doveva esser un paese antico di pietra.
la Casa del Tibet, Votigno il paese delle pietre di Giuseppe Barbieri, divenne tanto importante da meritare la visita del Dalai Lama nell'ottobre del 1999.
“Il momento più toccante di quella storica visita” racconta Dallari proprietario della Casa del Tibet “ è stato proprio l'incontro fra il Dalai Lama e Giuseppe Barbieri. Il leader tibetano ha fermato la folla che lo spingeva verso il museo, e ha rivolto lo sguardo verso Barbieri, appartato e quasi nascosto sulla collinetta. I loro sguardi si sono incrociati poi il Dalai Lama si é avvicinato a Giuseppe e gli ha teso la mano. Un incontro inspiegabile e straordinario, come intensissimi sono stati i centinaia di momenti che ho potuto condividere con Giuseppe, il mio Maestro”.
Quel giorno, Giuseppe stava lontano dal corteo perché aveva un problema di salute e si reggeva col bastone e non voleva essere ripreso. Cosí assisteva all'avvenimento da lontano e in disparte. A un certo punto, il Dalai Lama si fermó e tutti si fermarono. Si guardò un po' intorno come se cercasse qualcosa. Tutti restarono come sorpresi perché quel suo gesto non era previsto. Il Dalai Lama si girò e additò Giuseppe rompendo la fila e gli andó letteralmente incontro. Nessuno dei due si era mai conosciuto eppure la conoscenza a volte é una luce che é giá in noi. Qualcuno pensò, che forse le loro anime si erano conosciute in un'altra vita... chissà...
Era l'anima di Votigno che si mostrava, silenziosa e discreta, umile e grandiosa che appartiene solo agli uomini giusti. Non poteva non essere vista dal Dalai Lama.
Con questo bel ricordo di commiato, resta scritta per sempre la storia di un uomo e delle sue pietre, la storia di quelle case che non c'erano più e sono ri-nate dalle mani di un artista, senza regole e senza calcoli, ma equilibrate e resistenti. Il mondo per fortuna, non ha perso un borgo tanto bello e prezioso come Votigno, grazie a Giuseppe Barbieri, “perché quando si fa un lavoro bisogna averlo nella testa” e con quel lavoro nella testa Giuseppe Barbieri c'era nato e nel metterlo in atto ci mise, si, tanta fatica, ma ci aggiunse tanto cuore. Come una pietra... che è tutta fatta di cuore.
Perciò le cose accadono se hai tanto cuore.
Giuseppe ci ha lasciati il 21 novembre 2023.
Il giorno seguente parlarono di lui il Resto del Carlino, la Gazzetta di Reggio, Ultime Notizie di Reggio.
Nando Barbieri, un'anima di Terra e di Cielo
Nando Barbieri era nato a Casina il 16 luglio 1948, figlio di Giuseppe Barbieri di Bergogno e di Maria Rossi delle Fole di Casina.
Il suo secondo nome era Francesco, che usò raramente, ma che in realtà fu un nome così azzeccato alla sua personalità che mi piace credere fosse un po' il suo destino portarselo nascosto con umiltà sul cuore.
Ha vissuto i primi anni della sua vita alle Fole di Casina insieme ai genitori e negli anni 60 si sposterà a Votigno, a soli 23 anni con la dolce Marisa Tagliavini, sua moglie di soli 21 anni. Pochi anni dopo, nel 1971 nasce il primo figlio Iuri e nel 1979 il secondogenito Denni.
Nel 1980 si trasferì a San Polo d'Enza, residenza più comoda, sia per il lavoro, che per la scuola dei figli, paese più a valle molto ben servito rispetto a Votigno e più vicino alle città di Reggio Emilia e Parma.
A quell'epoca c'era la tendenza ad avvicinarsi alle città perché offrivano più opportunità ed erano gli anni di crescita edilizia, campo nel quale Nando lavorava inizialmente con escavatore per i movimenti di terra per poi fare il camionista fino alla pensione. Aveva la passione dell'agricoltura, ma non potè svolgerla come attività principale perchè era allergico al fieno. Questo però non lo fece rinunciare a questa sua passione e tendenza, tanto che ancora giovane, si comprò una macchina per trebbiare, che conservò per tutta la vita e ora fa parte della collezione degli attrezzi da lavoro rimasti al figlio Iuri. Con questa macchina lunga pi`di 8 metri, andava in giro per passione a trebbiare per i contadini che glielo chiedevano.
Era un uomo semplice, Nando, non si tagliò mai la barba e da anziano aveva quell'aspetto da vero guru con la lunga barba bianca, figura dritta e forte dal portamento nobile, dai gesti contenuti e misurati, e a vederlo trasmetteva l'immagine di uomo giusto e di pace. Si chiamava Francesco come secondo nome, come già detto, e credo che un nome così lo calzava a pennello, ma di questo ne erano a conoscenza in pochi, come fosse un piccolo dono segreto.
Nando infatti era proprio quasi francescano, non beveva, non fumava, non andava nei bar, nel tempo libero si dedicava invece a contemplare la natura, a guardare gli alberi e gli uccelli migratori, ascoltare il fruscio tra i rovi dei piccoli animali selvatici.
Intagliava il legno mentre pensava silenzioso, forse meditava. Infatti negli anni 80, ancora giovane, mentre gli altri lavoratori si trovavano spesso nei bar o nei locali da ballo, lui intagliava il legno e si sa che questa pratica porta via tanto tempo, perché occorre lentezza e poteva farlo solo nei ritagli del tempo libero dal lavoro. Amava costruirsi gli attrezzi da lavoro e replicava anche quelli di antichi mestieri, come facevano gli antichi artisti coi pennelli, le tele e gli scalpelli. Forse lui apparteneva a un tempo passato.
Ricorda suo figlio Iuri che suo padre aveva sempre avuto una manualitá incredibile e aveva iniziato a fare incisioni su legno, e da ogni cosa che prendeva in mano ci ricavava qualcosa, da un guscio di noce ricavava un cestino, piegava i chiodi e ne faceva giochi di combinazioni, amava collezionare e conservare oggetti e attrezzi di ogni tipo.
Iniziò così a creare rosari coi noccioli di pesca costruendo anche le anelle in metallo per legare i noccioli tra loro, ma la sua grande passione fu poi la costruzione dei Presepi. Provenendo dal paese di Bergogno, Nando portava questa eredità forse proprio dalla tradizione del suo paese, nella zona da sempre riconosciuto “il paese dei Presepi”. Ma non pensate al Presepe figurativo classico, con pastori e santi in posa, con belle statuine realistiche, no, ma un Presepe fatto di figurine inventate e tendenzialmente astratte, diverse tra loro per altezza e colore del legno, tutte accolte in uno stesso luogo sicuro, collocate dentro una radice capovolta, come fosse una grande mano a sostenerle. Un luogto insolito e molto originale, mai visto prima.
Con grande cura per la rappresentazione paesaggistica interpretata dentro questa grande radice, Nando curò con dovizia di particolari la costruzione delle casette in legno, molto realistiche, rendendolo un abitato fuori dal tempo grazioso e fantasioso, mentre dedicò alle sembianze delle figure umane molta essenzialità, quindi meno realistiche delle casette, rendendole insolite e senza tempo. Questo presepe costruito, come già detto, dentro una radice rovesciata, fu esposto nella “IX Rassegna internazionale del presepio nell'arte e tradizione” all'interno dell'Arena di Verona di cui lui fu l'unico espositore della provincia di Reggio Emilia, dal 5 dicembre 1992 al 14 febbraio 1993.
In questo suo Presepe, è evidente l'amore per il legno, non necessariamente del colore di cui non ne fa uso, e offre all'osservatore la scena di come la natura si esprime, senza violarla o costringerla, ma adattando la presenza umana alla conformazione della radice, all'espressione stessa della natura, che ne diventa rappresentazione sacra dell'insieme stesso. Direi sorprendentemente francescana, per rigore delle figurine umane, per assenza di drappeggi e abbellimenti innaturali, dando alla composizione una vera forma spirituale.
Più tardi, Nando fece l'esperienza di inserire piccoli Presepi dentro le bottiglie, con una cura e pazienza davvero esemplare, creandosi attrezzi per calare i personaggi sul fondo delle bottiglie e incollarli a piccoli supporti in legno. Fece anche una Trinità, sempre con lo stesso sistema. Nando volle affidare questi piccoli presepi dentro alle bottiglie, come i messaggi le bottiglie affidati al mare dai marinai, simbolo di amicizia con tutte le genti lontane anche di popoli a noi sconosciuti, messaggi di fratellanza e di pace.
Vale la pena di soffermarci un attimo sulla storia dei Presepi nelle bottiglie. L'idea di inserire oggetti dentro le bottiglie risale a molti secoli fa, basta ricordare, come già detto, quei messaggi dei marinai che affidavano al mare le loro speranze dentro una bottiglia, come preghiere, desideri, messaggi d'amore. Le miniature dentro le bottiglie provengono da varie parti d'Europa, e il soggetto è quasi sempre religioso, dedicati quasi sempre alla Passione di Cristo. Queste forme d'arte sono anche chiamate con il termine latino “Arma Christi” (le braccia di Cristo). Questi contenitori che non hanno le pretese di essere pregiate opere d'arte, sono però preziosa testimonianza di un lavoro minuzioso di pazienza e fede, che da origini popolari e lontane, ci lasciano il segno di quei piccoli capolavori unici carichi di mistero trascendentale. Un tramite tra l'uomo e il Cristo per un incontro di pace tra il corpo e l'anima. Questo fu il cammino intrapreso in tutte le manifestazioni artistiche di Nando Barbieri, una ricerca, anche involontaria e semplice di contatto con il divino.
Dopo l'esperienza sacra con i presepi e le bottiglie, abbandona il tema sacro per indagare invece sul profano perché, da vero artista, deve esplorare tutti i mondi possibili. Decide di dedicarsi alla costruzione e intaglio di pipe in legno, oggetti elaborati e funzionanti. La Pipa é un chiaro simbolo di meditazione, di distensione e di pace interiore, ma anche unione tra gli opposti, del femminile rappresentato dal “fornello di combustione” e del maschile rappresentato dallo stelo forato di aspirazione detto “cannello”, quindi sacro e profano insieme.
Anche in questo caso si costruisce gli attrezzi, compreso ogni parte delle pipe, con le canne di aspirazione in legno messe a macerare nel vino, una vecchia tecnica a lui conosciuta. Le parti delle pipe che si usano tenere in mano e che contengono il fornello saranno da Nando intagliate con curiose immagini di teste, di animali, di figure pagane e allegoriche. Un anticipo di quel che poi divenne la sua esperienza nell'intaglio dei bastoni. Il bastone come simbolo esprime sia la missione che Dio ci ha regalato che il potere donatoci per il bene del popolo. Il bastone , simbolo di potere, divenne verga taumaturgica per Mosé o per il Cristo, divenne scettro per i regnanti inizialmente in oriente e poi della nostra età medioevale occidentale. Ancora un oggetto espressione di sacro e profano.
I bastoni di Nando sono dei veri e propri racconti incisi, fatti di animali, uccelli, fiori, rami e foglie, sembrano dei curiosi festoni barocchi ricchi di dettagli. Il sacro della Natura e il profano del comando, un vero inno alla Natura e all'allegoria della vita.
Anche l'amore per gli animali fu spesso espressa nella vita di Nando che ebbe in gioventù cani, gatti, scoiattoli, pavoni e uccelli in libertà, nonchè una piccola scimmia.
Nando non si risparmia l'esperienza con la scultura in pietra, che spesso aveva visto eseguire da suo padre. La pietra era l'elemento di suo padre. Scolpì due bellissime travi del camino nella sua casa dell'arco di Votigno. La trave in basso del basamento del camino, rappresenta Adamo de Eva in arenaria di Canossa. Di particolare finezza, le due figure adagiate frontalmente tra di loro, di lato al melo, esprimono serenitá e intesa, senza alcuna malizia, ma bucolica gioia della vita fatta di piccole cose. Divide le due figure il bellissimo melo e il serpente che sembra un prolungamento di un ramo che si allunga verso Eva, dal sottinteso significato fallico, senza aggressività ma suadente. Le colonne invece che sostengono il trave superiore del camino, rappresentano due spighe di grano, mature e simbolo di abbondanza, mentre la trave superiore del camino rappresenta una bellissima Ultima Cena, con le figure posizionate come nel famoso dipinto di Leonardo da Vinci. Lateralmente a proseguimento del trave, due grappoli d'uva maturi e dai tratti rotondi e turgidi come le spighe sottostanti in segno di abbondanza. Tutto molto raffinato e degno di un eccellente scultore. Troviamo sempre ricorrente il tema sacro e profano.
Lo stesso tema di Adamo de Eva, Nando lo scolpì in tempi anteriori su una trave in legno per il camino della sua casa a San Polo. Qui abbiamo sempre un Adamo ed Eva nella stessa posizione mentre nei fianchi laterali del trave sono scolpiti a sinistra una coppia di colombe e a destra due mani che si stringono. Un dono d'amore alla sua cara Marisa e un dono di pace agli occhi di chi entra nella sua casa.
Ancora in pietra serena scolpì poi la riproduzione delle 500 lire d'argento, bassorilievo di un diametro di 130 cm, ricco di dettagli e perfetto. Un'opera di un certo peso in qualità esecutiva, dettagli e riproduzione.
Se suo padre Giuseppe era uno scultore a tuttotondo, Nando era un vero e proprio incisore, due modi differenti di espressione, ambedue talentuosi e preziosi.
Ma il legno era il suo elemento.
Realizzò tavoli in grande diametro da alberi monumentali che acquistava in zone del nord d'Italia durante i suoi spostamenti per lavoro col camion. Ricavò da questi tronchi, veri e propri mobili con sportelletti, svuotandoli completamente, pur lasciando le loro forme naturali. Vale a dire “sono un mobile ma resto un albero”.
Aveva questo slancio, di non stravolgere la natura e le linee che essa suggeriva. Questi pezzi realizzati furono costruiti direttamente sul posto, alla casa dell'arco, così che la casa costruita diventasse proprio un luogo “sacro” di accoglienza e oggi si potrebbe dire un santuario di vecchi alberi abbattuti, di ciò che era stato prima, la memoria delle proprie origini. Una specie di ultimo luogo di accoglienza di questi giganti vegetali che furono i primi abitanti della Terra. Sarà stato forse casuale, ma tanto filosofico e mistico.
Nel corso della sua vita, Nando colleziona molti strumenti e attrezzi di lavoro, come prima citato, fino a metterne insieme, si stima, un migliaio, tenendo conto che solo i martelli sono trecento. Oltre agli strumenti da lui realizzati interamente, molti altri davvero antichi o vecchi, gli furono donati o furono da lui acquistati direttamente. Appartenevano a vecchi artigiani scomparsi, e lui quindi recuperandoli, ne ha salvato la memoria, la testimonianza e l'importanza di un tempo passato, rendendo molto valore a quello strumento che realizzava il segno lasciato dall'uomo nella sua storia, come la penna che scrive i versi del poeta.
Nando lascerá la sua impronta nella realizzazione della pavimentazione della Casa a Torre sopra Votigno, casa costruita insieme a suo padre Giuseppe, sopra una sella che divide due vallate, quella di Votigno e quella di Canossa. Fu lui a terminarla, e questa casa sarà un po' la testimonianza di un uomo che ha scritto la sua filosofia con gioia e stupore di questa sua esperienza che si chiama “vita”.
Dopo una lunga malattia, Nando ci lascerà il 5 agosto del 2020, nell'ottavo mese dell'anno del 2020, di cui 8 è il simbolo dell'infinito e il numero 2020 è un numero doppio e nel significato dei numeri, simboleggia la “Fede nell'Universo”.
La casa dell'Arcoponte
Il terreno su cui verrá costruita la casa con l'arco, fu acquistato da Nando per investimento personale. Si trova sopra una sella di terreno che scende a ovest verso il torrente Campiola e guarda Canossa e ad est verso la strada che collega Votigno a Bergogno e va verso Ciano. Un terreno che sembra un ponte tra due valli, una sella di collegamento tra la nobile Canossa politica e la rurale Votigno popolana. Due mondi diversi, uno fatto di compromessi e diplomazia, di storia e di potere e l'altro rurale divenuto poi un centro spirituale di meditazione e ritiro. Il sacro e il profano. E su questa bella sella di terra, fu costruito in porfido, un arco allungato che sembra un ponte di collegamento proprio tra questi due mondi. Io voglio chiamarlo Arcoponte nel corso di questo racconto, Arco che ricorda lo slancio verso il divino e Ponte che ricorda una costruzione militare. Il sacro e il profano.
Su questo terreno Nando e Giuseppe iniziarono a costruire la casa in sasso che vediamo oggi. Fu iniziata negli anni 90 e fu finita nel 1994. Come si vede dalle foto che il nipote Iuri mi ha mostrato, tutti i componenti della famiglia si aiutarono fra loro e pure la nonna Maria faceva da manovale, donna abituata sempre a lavorare e che non si tirò mai indietro. La casa fu voluta così, che richiamasse le nostre case emiliane, a pianta quadrata con torre con piccionaia, infatti emerge la torre e la casa si sviluppa intorno ad essa. La casa è completamente in sasso e ha una torre con 11 alloggi per piccioni per ogni lato, quindi 44 fori che all'interno della casa sono stati studiati ispezionabili. Cioè ad ogni apertura all'esterno corrisponde all'interno un tappo rotondo rimovibile in legno per poter tener pulita la piccionaia. All'interno tutti quei tappi danno un pregevole effetto decorativo alla stanza interna della torre. Una curiosità sono le scale per salire verso la torre, costruite in legno a pedate alterne, curioso metodo per permettere di fare pedate più piccole ma meno ripide (questa tipologia di scala viene anche detta “scala delle streghe”, e da una credenza popolare inglese, pare servissero a confondere le streghe per questa particolare pedata a zig zag, che rinunciavano così ad entrare in casa. Questo tipo di scala si trova in alcune case molto antiche del New England).
Un vezzo che dona mistero e singolarità alla casa.
All'interno, un particolare molto interessante sono le cupole a soffitto realizzate ad anelle concentriche in tozzetti di porfido con un piccolo scarto di 35 cm dall'apice al lato. Le troveremo anche in tutto il piano sottostante detto seminterrato e una al piano terra. Un capolavoro. Quindi questo soffitto con una cupola nella stanza principale al piano terreno della casa, ha un effetto molto morbido e rotondo mai visto prima in nessuna altra casa. Al centro della cupola, curiosamente, é stato posizionato un angelo in pietra a testa in giù, come se scendesse dal piano superiore della torre. Un po' di magia, ci sta. Ogni cosa che fa parte della casa, è stata realizzata con originalitá, dalla maniglia e serratura dell'ingresso principale, alla cucina economica in ceramica dipinto a mano, ai bellissimi mobili realizzati da tronchi di alberi di recupero. Ma ritorniamo all'esterno. Sulla facciata della torre, c'é posizionata una meridiana a forma di scudo in pietra di Canossa.
L'area cortiliva è quella con la grande Stella nella pavimentazione adiacente ai piani seminterrati. All'ingresso principale è stato costruito un gradino a semicerchio con la scritta Barbieri in mosaico bianco su porfido, che congiunge in leggera discesa all'area cortiliva, sempre su una pavimentazione a mosaico realizzata a cerchi concentrici che ne danno una insolita sensazione morbida e fluida. Questo sistema di pavimentazione e costruzione del gradino di ingresso ad anelli concentrici si rifà all'estetica delle cupole. Un po' tutto intorno segue il concentrico, come una sorta di ipnosi che ti guida lo sguardo.
Giuseppe non potè partecipare alla costruzione della rimanente e vasta area cortiliva, a causa dell'età quindi proseguì Nando con accanto la moglie Marisa che lo aiutò sempre nella scelta dei materiali e allungandogli i tozzetti decorativi, senza mai smettere di stare al suo fianco.
Quello che ci accoglie nella proprietá di Barbieri, è come un grande tappeto, un papiro su cui sta scritto un percorso di vita, un esteso mosaico in una superficie, come già detto, lunga dal cancello di ingrasso alla porta di casa di 140 metri, per una larghezza di 3,50. in più si sviluppa di una ulteriore diramazione verso ovest lunga 25 metri. Tutto il pavimento a mosaico esterno è di 165 metri lineari. Tenendo conto che la superficie del terreno occupato dalla casa è di circa 130 metri quadrati, quest'area cortiliva pavimentata a mosaico è sicuramente una delle più grandi viste in tutta la zona.
Come possiamo chiamarla se non un'Opera d'arte a cielo aperto?
Attrezzi e mestieri, la memoria del lavoro manuale
Una casa nasce propriamente dal suo seminterrato, un luogo più vicino alle sue fondamenta, come quella parte di radica di una pianta che sta tra la radice e il tronco.
In un seminterrato abita per sempre “il genius loci” del proprietario, quella parte che instaura un legame con la terra, con la prima escavazione per poi elevarsi e innalzarsi verso il cielo. Il seminterrato sta alla Terra come la torre sta al Cielo. La parte del seminterrato della casa è rivolta a nord, verso la discesa che porta a Reggio Emilia, ed è costruita con un pilastro centrale , 4 archi che spingono intorno ad esso, e quindi 4 cupole realizzate sempre con cerchi concentrici fatti con tozzetti a mosaico di porfido.
Queste 4 cupole rendono al locale un effetto di protezione, di morbidità e di movimento diverso dai soffitti con archi a vela o a botte. Sono di una bellezza davvero un po' unica.
In questo luogo protetto della casa, che riceve luce dall'area cortiliva fronte nord, e si collega al piano terra tramite scala interna, sono stati alloggiate diverse centinaia di pezzi di attrezzature raccolte da Nando in vita.
Nando aveva una vera passione per le attrezzature da lavoro e spesso ne costruiva lui stesso, come già detto, adatte alle sue esigenze.
Questa sua passione lo spinse ad acquistarle da persone anziane che non facevano più lavori artigianali, a volte pezzi antichi, a volte pezzi anche mal conservati che lui stesso ristrutturava.
Questa sua passione lo fece mettere insieme i più svariati attrezzi da lavoro che oggi possono essere considerati una vera e propria collezione con anche pezzi rari e originali. Attrezzi antichi e anche locali, che ora si trovano divisi per categoria e possono essere mostrati come in un vero e proprio museo. Una bella raccolta che non è più solamente passione personale ma anche collettiva di memoria. Diviso per settori, si possono così elencare :
per la falegnameria:
sgorbie, scalpelli, trapani manuali e pialle sia piane che curve adatte alle botti, poi una serie di seghe seghetti e segoni manuali
per l'agricoltura :
2 aratri di legno di cui uno con le ruote per spostarlo, forchette a 3 e 4 punte e rastrelli. E poi zappe e vanghe e attrezzzi per tagliare il fieno e apposite forche da fieno. Ci sono anche attrezzi per il lavoro con gli animali, come catene, zoccoli in ferro, museruole per i vitelli, porta secchi, cariole anche con ruote in legno, attrezzo per sgranare le pannocchie.
Fucina e cucina:
attrezzi per battere il ferro, vecchie pinze tenaglie e morse, poi pentole in rame e in alluminio, mestoli, bilance e altri accessori casalinghi dei tempi passati per la polenta e da forno.
Attrezzi edili:
cazzuole, livelle con forme e manici antichi, e persino 300 martelli tutti diversi tra loro sia per la testa che per il manico.
Inoltre una grande trebbiatrice dei Fratelli Carra fabbricata a Luzzara risalente ai primi del 900, con le ruote in ferro, lunga ben 7/8 metri. La grande passione di Nando fu infatti la trebbiatura, lo affascinava, lo faceva sentire vicino alla Terra, il raccolto era sempre un atto d'amore. Le spighe di grano rigogliose sono a simbolo sulle colonnine del suo camino scolpito in pietra. Come già menzionato non potè dedicarsi all'agricoltura pienamente perchè era allergico al fieno.
Un artista che viene da lontano
Iuri Barbieri, propretario della casa dell'Arcoponte accoglie sulle pareti della sua casa una sessantina di opere di Frank Breidenbruch, artista di fama internazionale di origine tedesca.
Oggi Iuri Barbieri, proprietari della casa dell'Arcoponte, è un vero e proprio collezionista delle opere di questo grande artista.
Iuri e Frank si conobbero a Carrara in una birreria e tra di loro ci fu subito una vera empatia. Iuri a quell'epoca lavorava a Carrara dove vi rimase per 5 anni e quasi tutti i venerdì rientrava a Votigno portandosi dietro Frank. Una volta rimase da lui per una quarantina di giorni consecutivi. In quei giorni Frank produsse molte opere che ora sono appunto nella casa di Iuri, appese a tutte le pareti della casa, come una vera e propria mostra fissa.
In questa casa Frank a cui piaceva in modo particolare l'atmosfera, creava e spesso incontrandosi con altri artisti producevano pezzi contaminati delle loro tecniche e stili.
Questa casa ha una particolare atmosfera trascendentale che ispira l'artista e crea un senso di attrazione e appartenenza. Sicuramente Frank lo percepiva.
Iuri e Frank hanno sempre avuto la sensazione di essersi incontrati, forse in un'altra vita. Mi racconta Iuri che le loro iniziali sono uguali alle iniziali di due personaggi che in passato durante la guerra si erano conosciuti. Un tedesco che fece prigioniero un italiano che poi aiutò a salvarsi. Da allora Iuri e Frank sono rimasti amici legatissimi. Iuri conserva inoltre diversi taccuini su cui Krank era solito abbozzare idee e disegni, raccolte vere e proprie in forma di libretto dal valore estetico notevole. Nella casa di Iuri ci sono anche 5 bronzi di Frank e altre sue opere fatte con altri artisti.
Conclusione
Sulla strada che porta a Votigno, c'è una casa in pietra con una alta torre e sulla strada un arco che sostiene un ponte sopra a un grande cancello. Io quando ci vado la chiamo la casa dell'Arcoponte. Una casa museo che ospita epoche diverse del passaggio di uomini diversi tra loro eppure collegati da un filo invisibile.
Una casa dove mani hanno sollevato sassi dalla terra verso il cielo, nata dal progetto di un uomo che ricostruì l'antico borgo rurale di Votigno, un luogo dove sono stati sigillati in pietra disegni sul suolo perché si vedessero dagli altri mondi lontani e dagli uccelli in volo e perché restassero nel tempo. Una casa che conserva nella pancia protetta del seminterrato, attrezzi di arti e mestieri che altrimenti sarebbe stata memoria perduta. Una casa dove é alloggiato lo spirito mansueto buddista ma anche quello misterioso del surreale, una casa dove girano indisturbati i pavoni, crescono alberi e regna tanta Natura, acqua, sole e vento perché è in sella tra due vallate. Una casa che possiede un'Opera a cielo aperto durata 15 anni di vita di un uomo e ora diventata “infinito” per tutti.
Tutto questo sará un giorno un museo.
Un museo di vita ...e di altrove.

“OPERA”, UN RACCONTO DI VITA SU UN GRANDE TAPPETO DI SASSI
Scritta da Simona Sentieri
Questa opera dell'area cortiliva consiste in una pavimentazione a mosaico lunga 140 metri e larga 3 metri e 50 cm che si sviluppa nella parte principale del viale dal cancello alla casa, e si dirama in un 'altra pavimetazione verso ovest lunga 25 metri e sempre circa 3 metri e 50 cm in larghezza. Costruita con tozzetti in diversi materiali quali porfido, marmo bianco, ciotoli, lastre di pietra di canossa e sassi. I bordi delle pavimentazioni verso il terreno lasciato a prato e terra, è delimitato da tantissime pietre grezze diverse tra loro per tipologia e misura, posizionate in piedi, che danno un bell'effetto frastagliato a dentello di francobollo irregolare al viale.
La pavimentazione si sviluppa dal'arco del cancello che ci accoglie nella proprietà, arco abbellito da incisioni e bassorilievi, fino all'ingresso della casa all'ingresso. All'ingresso il primo mosaico che raffigura un Fiore della Vita a sei punte spesso riconosciuta come una rosa celtica, si può vedere bene lo sviluppo di un grande e lungo corridoio a cielo aperto, come fosse un tappeto srotolato con riquadri decorati che portano lo sguardo alla casa distante più di un centinaio di metri. Tutto in porfido con figure in mosaico. Ogni riquadro ha significati diversi, e il porfido a volte è montato dalla parte liscia mostrando quella irregolare e ruvida. Normalmente sono tutti riquadri di cm. 350 x 350, costruiti su forma quadrata o circolare. La pavimentazione a mosaico si conclude davanti all'ingresso della casa con un altro Fiore della Vita a 6 punte, in diversa espressionhe stilistica. Tra i due Fiori, una vera e propria successione di grandi riquadri pieni di significato e di grande risultato estetico.
Un'altro ramo di questa pevimentazione prosegue dal cancello verso il fiume Campola girando dietro il laghetto del giardino. Anche questo tratto più breve, ma di grande bellezza e significato, termina con un grande simbolo molto suggestivo che rappresenta
Ecco, questo che ci accoglie nella proprietá di Barbieri, è un grande tappeto, un papiro su cui sta scritto un percorso di vita, in una superficie, come già detto, lunga dal cancello di ingrasso alla porta di casa di 140 metri, per una larghezza di 3,50. in più si sviluppa di una ulteriore diramazione verso ovest lunga 25 metri , per cui tutto il pavimento a mosaico esterno è di 165 metri lineari. Tenendo conto che la superficie del terreno occupato dalla casa è di circa 130 metri quadrati, quest'area cortiliva pavimetata a mosaico è sicuramente una delle più grandi viste in tutta la zona.
Come possiamo chiamarla se non un'Opera d'arte a cielo aperto?
Analizziamo ora, qui di seguito, tutte le figure della pavimentazione iniziando dalla prima che incontriamo al cancello della proprietà Barbieri.
1) una forma a stella a 6 punte, identificato con il Fiore della Vita, in questa rappresentazione molto stilizzato, con petali quasi chiusi. È un fiore a 6 petali o “esafoglio” chiamato anche Fiore della Vita e detto anche Rosa dei Pastori, Rosa Carolingia o Celtica, Stella Fiore o Rosetta, Fiore o Stella delle Alpi, Sole delle Alpi o degli Appennini.
2) Incontriamo a seguire, un'altra forma a stella più stilizzata, direi una raggera a 8 punte, della stessa misura della prima. Non è un fiore, nè una croce, ma direi una stella, ovvero la Stella del Mattino, che rappresenta Venere. In realtà é il pianeta Venere perché rappresentato con 8 punte.
3) Il riquadro che segue é una grande Croce realizzata a mosaico con materiali di taglio rettangolare che rendono un effetto di falsi piani e una forte cupezza e rigore alla croce.
4) Successivamente sempre proseguendo dal cancello alla casa, si trova un riquadro circolare, ossia una successione di cerchi concentrici in tozzetti di porfido chiusi in uno spazio quadrato. Al centro è una figura in pietra grigia perfettamente circolsare incastonata che sembra un pianeta solitario, una pietra preziosa dentro un pavimento a pavè concentrico.
5) Nel riquadro successivo é rappresentato il bellissimo e primo Cavallo nel pieno delle sue forze, agile e fulgido che sembra trotti rivolto verso la casa in segno di gioia, fortuna, giovinezza. Realizzato con ciotoli di sasso di fiume imperfetti e con diverse sfumature di colore, rendono alla figura movimento ed espressione molto coinvolgente. Rappresenta forse uno dei due figli?
6) Dopo il Cavallo, incontriamo un riquadro a mio avviso puramente decorativo, posizionato in diagonale composto da tre cornici di cui 2 in tozzetti di marmo bianco e una di pietra, poi molti ciotoli rotondi riempiono la superficie e con un centro di pietra quadrato.
7) A seguire un riquadro con tre quadrati messi in diagonale come losanghe a sequenza di catena, riempiti a mosaico di sassi, incorniciati con tozzetti di pietra canusina.
8) Segue una tratto con una grande B in tozzetti di pietra grigia che sta per l'iniziale di Barbieri, riempita a mosaico con sassi di fiume.
9) Tre righe parallele in tozzetti di pietra alternata a lastre di porfido, che interrompono la lunghezza della pavimentazione a mosaico come una pausa di riflessione, come la barra finale di uno spartito musicale.
10) Ora tre cerchi contrastano con i tre quadrati precedenti, spesso nell'opera di questa pavimentazione, i contrari sono ricorrenti come equilibrio cosmico. Il cerchio centrale dei tre è realizzato con ciotoli bianchi e gli altri due con sassi grigi, forse interpretano Mercurio, Venere e Marte ?
11) Nel quadro seguente, allineato a questi tre pianeti, è raffigurata una bella Mezzaluna con gobba a ponente, stilizzata e paffuta, come una vela rigonfiata dal vento.
12) Infine un'altro riquadro con una pietra grigia rotonda al centro incastonata tra cerchi concentrici di tozzetti di porfido... forse rappresenta la nostra Terra ?
13) In questo riquadro è espressa una figura geometrica piuttosto insolita, come un esagono molto stretto ma alto a forma di losanga riempito di sassi posizionati di costa che danno un certo effetto liquido e scorrevole. Ancora un simbolo della vita e della creazione in questa figura perché a sei lati, quindi esagonale.
14) in questo riquadro invece semplicemente pavimentato a croce, salta all'occhio la scollatura intorno a un'albero che cresce al bordo del viale. Nando avrebbe potuto tagliarlo per non perdere la linearità del pavimento, invece con questo scollo, rende alla pavimentazione un vezzo insolito come a dire che l'albero era già lì e che godeva di ottima salute, quindi perché non poteva far parte della pavimentazione? Trovo che sia un atto poetico geniale oltre che un grande rispetto per la casualità della vita.
15) In questo riquadro, la seconda figura di un Cavallo rivolto un po' obbliquo rispetto all'inquadratura, costruito in mosaico con tozzetti rettangolari, che corre dentro una pavimentazione a piagne irregolari. Fuori da ogni schema classico, dinamico ed esteticamente ben risolto. La leggiadria del cavallo, simbolo di valore e di animo intrepido, velocità e forza. Forse rappresenta l'altro dei due figli? Il cavallo é Simbolo che ha ispirato artisti e sognatori di tutto il mondo. Esso è un legame tra umano e divino.
16) Infine l'ultimo riquadro davanti alla porta d'ingresso della casa è una magnifica figura a stella o Fiore a 6 punte realizzate con cerchi intersecanti, stesso simbolo del Fiore della Vita incontrato al cancello, ma questo meno stilizzato e più rigoglioso. È una figura geometrica a simmetria esagonale, che a volte ha un cerchio al centro, come questi due Fiori incontrati nel viale di questa casa. Questo simbolo, infine è considerato l'unione tra Cielo e Terra, ossia Spirituale e Materiale.
17) Una Stella, infine, più solitaria, che meno interagisce con il resto dell'area cortiliva, ma grande e bellissima, la troviamo nella pavimentazione finale del cortile, dietro alla casa verso nord, davanti all'ingresso del piano seminterrato. Forse la Sella Polare, così solitaria e luminosa? Simbolo alchemico che richiama l'idea del centro, quindi di polo, il faro dei marinai, il centro della casa, origine spirituale del mondo, oggi la cosiddetta “rosa dei venti”.Tutti i riquadri infine sono spesso alternati da giochi di tozzetti in diagonale oppure incrociati o a correre, senza un disegno apparente ma che danno un bel gioco fluttuante all'insieme senza mai essere ripetitivo e statico. Una visione d'insieme per niente scontata. Quel ramo che volge a ponente.
Ma ora seguiamo il percorso verso ovest, cioè la pavimentazione più corta che si sviluppa dietro il laghetto e che racconta davvero tanto di questo uomo e della sua filosofia.
Partendo dall'Arcoponte verso sinistra, guardando verso il torrente Campola, troveremo:
A) il primo riquadro ha un bellissimo fiore centrale a 9 petali, allegoria della Natura, eseguito con tozzetti concentrici che lo circondano alternati con tozzetti grigi di pietra e tozzetti di porfido. Molto poetico è come un fiore adagiato sullo specchio di uno stagno che rilascia i suoi cerchi concentrici sull'acqua.
B) proseguendo incontriamo invece il terzo Cavallo rivolto verso il torrente Campola, realizzato con sassi posati di costa in colori misti. Questo cavallo é più statico, sembra fermo, con la schiena più scavata, e Nando si rammaricava che il muso non fosse riuscito bello dritto come voleva, come il muso degli altri due cavalli, ma in realtà proprio questo é la sua forza. In quel periodo egli era già ammalato e quindi aveva sicuramente meno energia. Bellissima la cornice di questo quadro in tozzetti di marmo bianco, con le due lettere B e T legate insieme che stanno per le iniziali Barbieri-Tagliavini, iniziali sua e quella dell'amata moglie che metaforicamente dall'intreccio delle lettere, lo sosteneva. Un omaggio al suo sostegno e un sigillo voluto appositamente perché restasse anche oltre la vita. L'ultimo atto d'amore.
C) Il riquadro seguente rappresenta un bellissimo arco di pietra grigia sorretto da due stilizzate colonne bianche. Quasi che a guardarlo in successione al Cavallo appena descritto, pare che esso stia per attraversarlo. Come fosse uno stato di grazia, l'andare incontro ad un'altra dimensione. L'arco simbolo dell'amore e della tensione vitale sostenuto da due colonne simbolo di vittoria. Una chiara lettura del trionfo dell'amore nel corso della sua vita. Confermato dalle iniziali lasciate in questo mosaico. Entrare in una nuova dimensione con l'amore di tutta una vita, con serenità e gratitudine. Lo confermano lo slancio delle due colonne, un trionfo della vita.
D) seguono simboli decorativi, una bellissima cornice di marmo bianco con rettangoli a cornici concentriche, figure piane e circolari deciorative. Molti i simboli degli opposti che si incontrano, l'ideale coincidenza del nuovo, del divino col creato, in poerfetta armonia.
E) Seguono due bellissime riquadrature a mosaico fantasioso, direi astratto con libertà di composizione, a forme irregolari di piagne e tozzetti di porfido, pietra e pezzi di marmo bianco informi, senza uno schema preciso ma in perfetta libertá fluida. Il secondo mosaico é composto da quadri irregolari di porfido e pietra che si alternano dando un effetto cromatico azzurrognolo e rugginoso.
F) l'area cortiliva di questo pezzo si volge alla sua fine in uno spicchio triangolare, direi insolito, di grande dimensione che fuoriesce dalla regolaritá della pavimentazione rettilinea. Qui si legge un simbolo a cinque cerchi concentrici in tozzetti a colori alternati. Questo gioco di colori, rende un effetto di fiore, come spesso abbiamo incontrato nell'Opera, ma più contenuto e stilizzato. In questo pezzo di pavimento a triangolo, c'è il disegno di un bellissimo albero con pezzi interi di porfido e pietra grigia, che forse rappresenta una conifera, con i rami apparentemente spogli e leggermente alzati. Un sempreverde ? Questi rami ricordano braccia alzate in segno di accoglienza, forse spirituale? Forse un saluto alla vita? Questo disegno non è perpendicolare e nemmeno parallelo ai tozzetti che la riempiono intorno e danno alla composizione un effetto dinamico e davvero personalizzato. Come fosse stato messo lì a caso in un secondo tempo, ritagliato e posato sopra. Un effetto di instabilità, di slegatura dal resto ma direi piuttosto di “levitazione”.
G) per ultimo, c'è un mosaico che è la parola fine a questa grande Opera di Nando Barbieri. Una quadratura che vuole essere davvero la sua conclusione, un esergo. In questo spazio di pavimentazione, dentro un mosaico in pietre quadrate montate con la faccia grezza verso l'alto, in travertino, porfido e marmo bianco a pezze quadrate irregolari, Nando ha costruito magistralmente un grande simbolo dell'infinito, ovvero un otto sdraiato, ovvero due occhi che guardano il cielo. Soffermandosi su questo grande simbolo lungo circa 5 metri, guardando avanti, il terreno nudo inizia dove termina nettamente la pavimentazio, scende e pare di trovarsi in una rampa di volo. Oltre c'è il Cielo. In questo luogo si riceve uno stato di benessere davvero positivo, tra la Natura e la sensazione di innalzarsi. Lui uomo di Terra e di Cielo, non poteva concludere diversamente. Tra questi due stati dell'essere, materiale e spirituale altro non corre che l'infinito, l'equilibrio cosmico a cui ebbe il privilegio di appartenere. Tema ricorrente in tutta la sua opera artistica.
Nando Barbieri ci ha lasciato la sua testimonianza in cose semplici come è semplice una pietra o un pezzo di legno. Un concetto francescano verso le cose della Terra. Quella pietra la raccoglieranno coloro che verranno dopo, come quel legno dei presepi nelle bottiglie, come quel presepe sorretto da una radice capovolta, come quegli alberi di recupero che sono diventati pezzi d'arredo ma restano sempre gli alberi che erano, come gli attrezzi collezionati che furono imbracciati dagli uomini per intagliare, per scolpire o semplicemente lavorare.
Nando ha tessuto un grande tappeto di pietra sotto il cielo su cui camminare e riflettere sulla vita, su cui gli stormi migratori sorvolano e le foglie d'autunno si posano anche oltre la vita di un uomo.
Forse fu solo istinto artistico, oppure tanta conoscenza dei simboli, che ispirarono la vena artistica di Nando? Una verità voluta, oppure inconscia, illuminata?
Infine il ponte ad arco dell'ingresso, ovvero l'Arcoponte, chiude un percorso e anche lo apre in un abbraccio. Tutto in una unica Opera, su 140 metri di pietre e porfido.
Opera di un uomo che si chiamava Nando Barbieri.
